Vietnam Pietro Celli
 
In questo giorno del 2008, il giorno del mio terzo ritorno a Saigon piove una quantità di acqua copiosa.
Poi, così com’è venuta, la pioggia se ne va, lasciando dietro di se la promessa di altra pioggia.
Qualcuno lavora alla luce di una lampadina. Qualcuno nella penombra. Ovunque la luce dei neon. Il cielo grigio. A volte di nuovo la pioggia, tra le insegne pubblicitarie.

In passato ho cercato a Saigon lo spirito e i segni di quello che è stato, di quello che è accaduto. Ma non l’ho trovato.
Saigon è il cuore pulsante del Vietnam. Un cuore disordinato, incurante di se stesso. Una città asiatica metropolitana di una sconcertante modernità eppure messa con le spalle al muro dalla sua disarmante arcaicità.

Come la sua pioggia, Saigon vive la spiritualità attraverso la ritualità e la reiterazione delle azioni e dei pensieri. Il rito e il simbolo come il riso e l’acqua, generano per noi la compattezza del colore e la densità dell’immagine.
induisti taoisti, animisti cristiani; confuciani o mussulmani; la coca cola la falce e il martello, i dollari e i beauty saloon: una babele di simboli e di riti religiosi o pagani, si confondono e s’intrecciano ovunque.

Altari domestici o grandi templi così come il marciapiede affollato di una strada di periferia sono i luoghi dove ogni persona si affanna attorno al suo personale esperimento spirituale; incensi, candele, offerte, divinità, fumo e luce, fratture e distacchi; e ancora un’orgia di luce, i troppi colori, l’annullamento di tutti i colori e poi l’ombra.
Ogni luogo con la sua storia, con la sua vita traboccante, dietro, nell’ombra attende una riscoperta e per la prima volta, nell’Asia, sono come un bimbo nel paese dei balocchi.


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